Ero entrato dal rigattiere di via Pignolo, un borgo medievale, a Bergamo, perché cercavo libri vecchi, in particolare di narrativa popolare della seconda metà dell’Ottocento, quelle opere di cui non c’è traccia nelle storie della letteratura italiana e che però vennero lette da decine di migliaia di persone. Romanzi d’appendice: testi pieni di sentimento, di dramma, di tragedia che avevano fatto palpitare il cuore di tanti giovani e meno giovani e forse avevano contribuito a formare un gusto, una mentalità. Una cultura. Mi piace immergermi in quell’epoca e in qualche modo cerco di capirne il tessuto profondo, l’immaginario. Boito, Capuana, D’Azeglio, Carolina Invernizio, Francesco Mastriani…
Ero dunque nella bottega, osservavo gli scaffali, passavo in rassegna soprammobili, sveglie, ferri da stiro, pendoli, libri, pagine ingiallite. La persona anziana che stava all’ingresso mi aveva detto di guardare pure nella massima libertà e per tutto il tempo che volessi. Non arrivava in quella stanza vecchia la luce del giorno, ma soltanto ci si affidava a una vecchia lampadina dalla luce gialla. Ricordo che faceva abbastanza freddo e che il pavimento di cotto appariva piuttosto malmesso; la forma della sala era a “silter” come dicono i bergamaschi, ovvero a “celtro”, una stanza con la volta a botte come soffitto, antichissima architettura che è molto presente nel borgo. A un certo punto ho notato su uno scaffale, accanto ad alcuni macinini da caffè, dei librini, di cui uno dalla copertina di pelle, chiuso con dei lacci. L’ho preso con devozione, quasi con timore, perché si intuiva che si trattava di qualcosa di molto vecchio. Non era grande, stava in una mano aperta, una decina di pollici. Con delicatezza ho slacciato il nodo, l’ho aperto piano: mi sono trovato davanti a parole italiane, senza dubbio. Non c’era un titolo e nemmeno una firma. Riuscivo comunque a intendere buona parte di quello che vedevo sebbene io non sia un paleografo. Scritte con grafia elegante, quelle parole non erano già più vergate in stile gotico, apparivano più semplici. E i vocaboli risultavano ben separati tra di loro. Al di là della data che avevo già visto sulla prima pagina, per quel poco che sapevo eravamo dunque prima del XVII secolo, ma dopo il XIII.
Non c’erano né titolo né firma, dicevo. Che cosa avevo in mano? Ero rimasto a osservare con attenzione le prime parole; leggevo una data, come se si trattasse di un diario. Il nome Malpaga mi rimandava certamente alla località della pianura bergamasca, al celebre castello; e la data apparteneva al periodo colleonesco. Poteva essere il diario di qualcuno della corte di Bartolomeo Colleoni, il grande condottiero. O addirittura si trattava del suo diario? In questo caso, sarebbe stata una scoperta di eccezionale importanza.
Sono andato dal rigattiere, intento a leggere una rivista degli anni Sessanta (mi pare fosse Epoca), ho chiesto quanto costasse quel quaderno indicando verso la mensola. La cifra che mi ha proposto era abbordabile, anzi, meno di quel che pensassi.
Anche per questa ragione avevo pensato che, con ogni probabilità, mi trovavo di fronte a un falso. Ma avevo ritenuto che andasse bene, che potevo anche spendere quei soldi. Se poi fosse stato un falso… amen. Mi aveva dato il quaderno avvolto in una carta morbida e leggera, aveva detto di averne cura.
Era ovvio che dovevo averne cura, ma ricordo la sua espressione quando me lo aveva consegnato, quelle sue parole: “Io ne ho letto solo qualche pagina. Non è il mio genere. Ma credo che possa sorprenderla”……”
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